Da Narciso a Dorian Gray il passo è breve, e ancor di più oggi, nella società dell’immagine e dell’ipercomunicazione. Negli ultimi anni si parla sempre più di narcisismo, facendolo in modo superficiale, riducendolo a un difetto di vanità, a un eccesso di amor proprio o a una certa ossessione per l’apparenza. Si tratta di una parola entrata nel gergo comune e non, come sarebbe giusto, di competenza dei professionisti del benessere psicologico. In realtà, entrare in una relazione tossica con questo tipo di persone può avere conseguenze profondamente distruttive, soprattutto se non ci si allontana in tempo..
La prima red flag è il loro comportamento. Imparare a distinguere è perciò un salvavita. Esistono due tipologie comuni di abusanti sentimentali, sia uomini che donne: gli overt e i covert. Il primo tipo è quello più riconoscibile: egocentrico, istrionico, affascinante, spesso socialmente stimato. È la classica persona che ama stare al centro dell’attenzione e sa manipolare il consenso attorno a sé. Il secondo tipo, il covert, è più subdolo: vive nell’ombra, spesso si presenta come una persona altruista, impegnata in cause sociali o politiche, o come un artista sensibile e incompreso. Non cerca la ribalta in modo diretto, ma vuole comunque esercitare controllo e ricevere ammirazione. In apparenza opposti, questi due tipi condividono una caratteristica fondamentale: la totale mancanza di empatia. Queste persone non sono in grado di provare affetto autentico né di amare. Tutto ciò che mostrano è una simulazione calibrata in funzione dei propri bisogni. E questa assenza di empatia è ciò che li rende tanto affascinanti quanto pericolosi.
Nelle storie di coloro che li hanno incontrati, si ritrovano spesso tratti comuni: all’inizio avvolgono l’altro con un amore totalizzante, quasi perfetto. È la fase del love bombing: una tecnica che fa sentire speciale e indispensabile il partner. Ma si tratta solo una strategia. Col tempo, arriva il ribaltamento: comincia la svalutazione. Scredita, confonde, riesce a far dubitare della propria capacità cognitiva attraverso tecniche come il gaslighting, spingendo il partner a mettere in discussione la sua realtà, la sua memoria, le sue emozioni. Riesce a convincerlo di essere lui (o lei) il problema. Ha inizio così una fase nella quale la sofferenza del partner diventa per il carburante che alimenta l’ego dell’abusante. Più sta male, più lui (o lei) si sente potente.
Questi vampiri sentimentali hanno sempre bisogno di rifornimento energetico: cercano costantemente attenzione, approvazione, drammi. Quando smettono di ottenerli, scartano la relazione e passano a un’altra. Durante queste fasi di silenzio o sparizione — il cosiddetto trattamento del silenzio punitivo — la vittima cade nello sconforto, mentre l’abusante si alimenta altrove. Poi, spesso, torna. Non per amore, ma per continuare a esercitare un controllo. Quando invece decide di distruggere tutto, mette in moto vere e proprie campagne diffamatorie, servendosi di complici inconsapevoli, le cosiddette scimmie volanti, che raccolgono e diffondono informazioni contro l’ex.
Viviamo in una cultura che spesso premia chi si mostra sicuro, performante e seducente: sui social, nella politica, nel lavoro viene percepito come vincente chi emerge, anche a discapito degli altri. Ma dietro questa estetica del successo si nasconde spesso un vuoto profondo e una fame di potere che diventa tossica.
La migliore strategia difensiva resta una sola: allontanarsi. Lo afferma anche Sam Vaknin, docente e autore israeliano che si è definito apertamente narcisista: l’unico modo per sopravvivere è tagliare i ponti. Difendersi, però, significa anche parlare: rompere il silenzio, nominare l’abuso, riconoscere i segnali. E soprattutto, creare spazi in cui le vittime possano trovare ascolto e solidarietà. Perché ogni volta che una persona riesce a sottrarsi a un rapporto tossico, non sta solo salvando sé stessa: sta compiendo un atto politico di resistenza contro una cultura che insegna a dominare invece che ad amare.
