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L’idea in realtà era nata tempo prima, con l’apertura del primo Bordoll, ossia bordello per dolls, in Germania, che aveva riscosso un grande successo, visto che, a detta della proprietaria, per lo meno il 70% degli uomini che avevano pagato per il servizio era tornato.

Qualche settimana fa è poi scoppiato il caso Shein: la Francia ha infatti minacciato il colosso commerciale cinese di bloccare le attività nel Paese dopo la scoperta che bambole sessuali simili a bambini erano in vendita sulla piattaforma online.

https://tg24.sky.it/mondo/2025/11/05/bambole-shein-francia

Ora, sembra certo che il 22 novembre a Modena verrà inaugurato un sexy shop di bambole iper realistiche, in una via vicino alla stazione. L’acquisto si potrà fare tramite codice QR, con costi abbastanza elevati. Ma vogliamo mettere il risparmio nell’investire denaro una tantum, invece che impiegare tempo, energie, sentimenti con una persona in carne e ossa? Come inquadrare dunque il fenomeno? Commercialmente, le vendite si basano sulla domanda: più un articolo è richiesto, più cresce l’offerta. Va poi considerata l’analisi di mercato relativa all’effettiva domanda sul territorio. Pertanto, se si è deciso di aprire un negozio fisico è perché la richiesta permette di ricavare un utile considerevole. Dal punto di vista umano invece, si tratta di una debacle totale, di una tabula rasa delle relazioni sociali. Inoltre, l’apertura in prossimità del 25 novembre che è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle Donne, rappresenta una nota stonata, in quanto le sexy dolls sono in fattezze femminili, e di certo chi le acquisterà non lo farà per avere compagnia a cena o sul divano davanti alla tv.

Patrizia Belloi, portavoce della Conferenza delle donne democratiche, e Marika Menozzi, segretaria della Federazione provinciale PD, hanno espresso il loro disappunto: “L’apertura di un negozio di bambole iper realistiche è un esempio lampante di come il mercato si adatti alle nuove sensibilità, senza però cambiare la sostanza: le donne sono ancora viste come oggetti del piacere, merce in vendita”.

La democratiche chiedono perciò di prendere provvedimenti in merito, condividendo l’obiettivo anche con l’Udi cittadino presieduto da Serena Ballista, e con il prezioso contributo di Giovanna Ferrari, madre di Giulia Galiotto, vittima di femminicidio.

Anche la psicoterapeuta Anna Segre ha dato una lettura del fenomeno: “Al di là del fatto che non si può bloccare una tecnologia, perché queste bambole possiamo considerarle una sorta di tecnologia, dobbiamo tenere conto degli usi che se ne possono fare, di ciò che possono suscitare, del commercio che possono incrementare. Usare corpi molto simili a quelli umani per cosa? A parte gli scopi medici, si possono mimare abusi e torture, quand’anche su manichini.
Talmente inimmaginabili certe situazioni, come questa, che annaspiamo nel tentativo di normare, di arginare l’inevitabile, e cioè che queste bambole quasi vere vengano usate per il sesso o per esercizi di inflizione.
Che fare? Non mettere un negozio in pieno centro accanto alle librerie e ai bar? Servirà a frenare questo commercio?”.

Non resta che attendere e puntare sempre di più all’introduzione dell’educazione all’affettività nelle scuole. Perché l’arma più efficace è la cultura, sempre.

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